MITO 2025: La rivoluzione dell’ascolto
Questo è un festival senza nostalgia.
Non serve sfogliare l'intero programma per accorgersene. MITO 2025 non si limita a celebrare i repertori: li interroga, li rovescia, li destruttura e ricompone.
In un momento storico in cui è facile rifugiarsi nel già noto, MITO sceglie la strada meno comoda: il dibattito. E lo fa ponendo una domanda radicale — non tanto cosa ascoltiamo, ma come ascoltiamo. È da lì che nasce il tema scelto per questa edizione: “Rivoluzioni”, non come retorica del nuovo, ma come gesto critico, come movimento dell’ascolto che si sposta, cambia punto di vista.
Un rischio calcolato
Nel testo curatoriale – firmato da Giorgio Battistelli e disponibile sul programma degli eventi – si evince chiaramente che MITO 2025 non vuole proporre un ascolto in linea con le aspettative del fruitore, ma una riflessione. I concerti non sono disposti in un ordine rassicurante, cronologico, ma mettono a confronto stili, epoche e linguaggi, mescolano capolavori storici con opere vive, contemporanee, persino spigolose.
Non è neanche un festival “a tema” nel senso tradizionale. “Rivoluzioni” non è una cornice, ma una lente mobile. Una parola che cambia forma: rivoluzione politica, musicale, poetica, scientifica, percettiva. Ogni concerto propone un modo diverso di intenderla.
Dai gesti estremi alle piccole fratture
In alcuni casi la rivoluzione è sonora e dichiarata, come in Without Blood There Is No Cause, un progetto dedicato alla figura di Julius Eastmann che unisce elettronica, parola e tensione civile. In altri casi è più sottile, interna al linguaggio, come nella scelta di comporre un programma che affianca concerti come quello della London Symphony Orchestra con Sir Antonio Pappano ad appuntamenti con nuove formazioni ibride, laboratoriali, fluide.
La rivoluzione è anche una questione di forma: concerti brevi, testi scritti appositamente, luoghi inediti. Non c’è mai solo “programma” — c’è un’idea di relazione tra opere e pubblico, che attraversa ogni scelta.
In conclusione, MITO 2025 non si rivolge a chi vuole solo “capire di musica”, ma a chi è disposto ad ascoltare, a lasciarsi decentrare. La rivoluzione non è solo quella dei compositori (da Beethoven a Cage), ma anche quella dello spettatore che partecipa e perché no, potendo anche spostarsi tra Torino e Milano, cambia prospettiva.
Non è l’ennesima riscrittura del passato. È un modo diverso di stare dentro un festival: con attenzione, con apertura, con una nuova, ritrovata, sensibilità.
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