Un avvertimento per iniziare: il War Requiem di Britten

Milano e Torino
/ 8 Luglio 2026

MITO si apre in tutte e due le città con il War Requiem di Benjamin Britten. Non è una messa per i morti, ma un avvertimento ai vivi, scritto sulle macerie di una guerra e affidato alle parole di un soldato.

C'è qualcosa di spiazzante nell'aprire un festival con un requiem. Ma il War Requiem non è musica da lutto. È musica che chiede a chi ascolta di non voltarsi dall'altra parte. 

La poesia di un soldato

Britten costruisce l'opera su due testi che non sarebbero concepibili assieme, se non nella mente di un genio: da un lato la liturgia latina della messa da requiem, dall'altro le poesie di Wilfred Owen, ufficiale inglese della Prima guerra mondiale, ucciso in trincea a venticinque anni una settimana prima dell'armistizio. Owen non aveva il lusso di una posizione gloriosa, da grande combattente. Scriveva del fango, della paura, dei ragazzi mandati a morire. In epigrafe alla partitura Britten pose alcune sue parole:

«Il mio tema è la guerra e la pietà della guerra. La poesia è nella pietà… Tutto ciò che un poeta può fare, oggi, è ammonire.»

È la chiave dell'intera opera. Un requiem prega per i morti; questo, mentre lo fa, si rivolge ai vivi. La liturgia promette riposo eterno e subito la voce di Owen interrompe quella promessa con la realtà concreta e terrena della guerra. Non si può rincorrere una facile consolazione, piuttosto si può galleggiare nel contrasto, che il brano tiene in campo fino alla fine.

Alla fine, i due nemici

Il momento che anche da solo vale l’intero concerto arriva in chiusura. Due soldati si incontrano in una specie di aldilà: erano nemici, si sono uccisi a vicenda. E uno dice all'altro, con le parole di Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio.»

Da lì la musica in poi la musica ricerca un’idea di tregua. Le voci si raccolgono su un ultimo invito al sonno e alla pace, mentre da lontano il coro di voci bianche intona il latino della liturgia. La riconciliazione, qui, non è un'idea astratta: sono incarnate in due interpreti senza colore né schieramento. È il senso più nudo e crudo di Harmonia messo in scena da un capolavoro del Novecento.

Perché aprire così

La direttrice artistica Speranza Scappucci, alla sua prima firma del programma di MITO SettembreMusica, ha spiegato che non si tratta solo di ricordare Britten nel cinquantenario della morte: il War Requiem è una delle pagine più potenti del secolo perché parla della devastazione della guerra e della necessità di ricominciare a parlarsi. È anche un'opera che chiama a raccolta forze professionali enormi: orchestra, orchestra da camera, grande coro, voci bianche, tre solisti. Una celebrazione collettiva.

Nel 1962, quando fu eseguito la prima volta per una cattedrale inglese ricostruita dopo le bombe, il mondo era spaccato in due dalla guerra fredda. Nel 2026, in un tempo di nuove fratture, quelle stesse note non sembrano così impolverate e rivolte al passato come ci si aspetterebbe. 

Una doppia inaugurazione, due città

Fedele all'identità del festival, il concerto apre entrambe le città con la stessa forza: domenica 6 settembre al Teatro alla Scala di Milano, lunedì 7 settembre all'Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino. Sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai sale Simone Young; con lei il Coro e il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino e i solisti Elena Guseva (soprano), Allan Clayton (tenore) e Bo Skovhus (baritono).

Simone Young (c) Sandrah Steh
Simone Young (c) Sandrah Steh
Abbiamo sempre nuove cose
da farti sentire e da farti sapere
Iscriviti alla newsletter