L’integrale dei Quartetti di Beethoven

Milano e Torino
/ 25 Agosto 2026

Il Quartetto d’archi del Teatro alla Scala porta a MITO SettembreMusica otto quartetti di Beethoven e la Grande Fuga, in tre programmi. È la prima metà di un percorso che si chiuderà nel 2027, bicentenario della morte del compositore. 

Quando Beethoven si accostò alla composizione per quartetto d’archi, questa forma compositiva era piuttosto giovane: era stata codificata da meno di cinquant’anni, ma già passava per la prova più impegnativa che un compositore potesse affrontare. Beethoven vi lavorò per quasi trent’anni a partire dal 1798, attraversando parecchie peripezie, tra le quali la perdita pressoché completa dell’udito.

Come sono costruite le serate

Nessuno dei tre programmi di quest’anno segue un ordine cronologico: ogni serata parte dall'op. 18, ovvero quella che vede impegnato un Beethoven poco meno che trentenne, erede di una forma musicale fissata da poco, e prosegue con i quartetti che sono diretta conseguenza della ricerca iniziale in un confronto speculare. Se nell'op. 18 i quattro strumenti conversano ancora per turni riconoscibili, con simmetrie percepibili e proporzioni attese, il resto della serata cede il passo ad altri espedienti compositivi più adulti e consapevoli.

Il primo appuntamento: op. 18 n. 1, op. 18 n. 3 e op. 127

Tra il primo quartetto e l’ultimo della serata c’è uno scarto di un quarto di secolo.

L'op. 18 n. 3 è il primo quartetto che Beethoven abbia scritto, nonostante il numero tre nella classificazione possa effettivamente trarre in inganno. Dell'op. 18 n. 1, invece, consigliamo di concentrarsi in particolar modo sull’Adagio, ovvero sul secondo movimento: secondo il racconto dell'amico Karl Amenda, durante la composizione Beethoven avrebbe pensato alla scena della tomba nel Romeo e Giulietta e di esserne stato suggestionato.

Ultimo della serata, il Quartetto n. 12 op. 127 apre invece il gruppo degli ultimi in ordine cronologico. Comincia con pochi accordi solenni che fanno da canale di ingresso e che torneranno due volte nel corso del primo movimento, ogni volta in una tonalità diversa: una sorpresa ogni volta che lo si ascolta.

Milano, Teatro Martinitt, mercoledì 9 settembre
Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, lunedì 14 settembre

Il secondo appuntamento: op. 18 n. 2, op. 130 e la Grande Fuga

Il Quartetto n. 2 op. 18 viene comunemente chiamato in tedesco Komplimentierquartett, “il quartetto degli inchini”, per via di ciò che, figurativamente, fa la prima frase del violino: una linea melodica che sale, si arrotonda e torna giù a chiudersi, come se potessimo immaginare una riverenza. Il movimento prosegue così, per frasi brevi che arrivano in fondo e lasciano il posto alla successiva, ossequiosamente. 

Il Quartetto op. 130 farà l’esatto opposto, ma è importante sottolineare una serie di singolarità. Intanto ha sei movimenti anziché i canonici quattro. Il quinto si chiama “Cavatina”, un termine preso in prestito dall’opera e che indica un’aria di presentazione del personaggio. Questo movimento è celebre per una parola che Beethoven scrisse sopra la linea del primo violino: "beklemmt", oppresso. Il canto, infatti, si spezza continuamente, doloroso, procede a frammenti come una voce in preda ai singulti. L’effetto complessivo è estremamente commovente.

Il concerto si conclude con la famosa “Grande Fuga”, così disprezzata alla prima esecuzione e così amata ai nostri giorni. La prima volta che fu eseguita in pubblico nel marzo 1826 fu giudicata incomprensibile «come il cinese». E no, non è un nostro modo colorito di dire qualcosa, ma proprio ciò che la critica musicale dell’epoca ebbe a dire: non si risparmiavano parole pesanti! 

Milano, Teatro Bruno Munari, martedì 15 settembre
Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, mercoledì 16 settembre

Il terzo appuntamento: op. 18 n. 6, op. 74 e op. 59 n. 2

L'op. 18 n. 6 riserva una sorpresa all'ultimo movimento, il quarto, dal sottotitolo misterioso: “La Malinconia”. Con l'istruzione di eseguirla «colla più gran delicatezza», l’introduzione di questo movimento è un Adagio di incredibile impatto emotivo, imprevedibile nel suo sviluppo. Lascia poi spazio ad una danza irta e vorticosa, per poi tornare al primo racconto, come lo sviluppo di un pensiero ossessivo e ridondante.

A questo, segue l'op. 74, conosciuto come «quartetto delle arpe». In questo caso il soprannome si spiega da sé: nel primo movimento gli archi si passano note pizzicate con le dita anziché suonate con l'arco e il disegno melodico rimbalza da uno strumento all'altro come se qualcuno stesse pizzicando le corde di un'arpa. Il passaggio è breve, ma inconfondibile.

Chiude la serata l'op. 59 n. 2, uno dei tre quartetti commissionati da Andrej Razumovskij, ambasciatore di Russia a Vienna. Il committente fece una richiesta specifica: ciascuno di essi doveva contenere un tema russo. Beethoven la rispettò e infatti nel quartetto che ascolteremo il tema russo si trova al centro del terzo movimento ed è la stessa melodia che Musorgskij avrebbe poi impiegato come materiale compositivo del suo Boris Godunov. La parte più emozionante, come spesso accade il secondo movimento: un Adagio lentissimo che Beethoven volle «trattato con molto sentimento» e che secondo il racconto del suo allievo Carl Czerny è stato ispirato dall’osservazione di un immenso cielo stellato.

Milano, Piccolo Teatro Grassi, giovedì 17 settembre
Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, venerdì 18 settembre

 

Informazione per il pubblico di Torino

La città di Torino ha pensato ad un pass dedicato esclusivamente ai tre appuntamenti citati, il pass Ludwig. Scopri di più cliccando qui.

Quartetto d’archi del Teatro alla Scala
Quartetto d’archi del Teatro alla Scala
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