L'anno di Britten

Milano & Torino
/ 25 August 2026

Benjamin Britten morì ad Aldeburgh, sulla costa del Suffolk, il 4 dicembre 1976. Cinquant’anni dopo MITO SettembreMusica lo celebra in quattro programmi a lui dedicati.

Britten appartenne alla generazione che visse da adulta la seconda guerra mondiale nei confronti della quale assunse sin da subito un atteggiamento critico. Da inglese, lasciò la madrepatria per gli Stati Uniti; tornò a casa nel 1942 e chiese di essere riconosciuto come obiettore di coscienza in due gradi di giudizio, ottenendo in appello l’esenzione dal servizio militare. In quegli anni viveva con il tenore Peter Pears, che sarebbe stato il suo compagno fino alla fine dei suoi giorni, oltre che la voce per cui compose quasi tutto quello che ha lasciato per il canto. Nell’Inghilterra di allora quella relazione era un reato: la legge che puniva l’omosessualità maschile cadde solo nel 1967. Questi due rapporti, quello con la guerra e quello amoroso, furono incredibilmente impattanti anche nella sua vita da compositore.

Dedicato a quattro amici

Il festival inaugura a Milano il 6 settembre e a Torino il 7 settembre con il celebre War Requiem, nel quale il testo latino della messa per i defunti si alterna, in inglese, ai versi di Wilfred Owen, ufficiale e poeta ucciso in trincea nel 1918 all'età di venticinque anni, una settimana prima dell’armistizio.

È l’opera con l’organico più vasto che Britten abbia scritto e sul frontespizio della partitura porta i nomi di quattro persone, ovvero i dedicatari dell’opera: Roger Burney, Piers Dunkerley, David Gill, Michael Halliday. I quattro erano amici del compositore e tre di essi morirono in guerra senza avere il privilegio di una tomba, perché i loro corpi non furono ritrovati. Il quarto, Dunkerley, era sbarcato in Normandia nel 1944 e sopravvissuto, ma si tolse la vita nel giugno 1959, due mesi prima di sposarsi.

Al netto del significato generale dell’opera, che abbiamo approfondito nell’articolo disponibile cliccando qui, è il Britten uomo che parla e lascia tracce di sé ovunque egli possa, per non rischiare mai che il ricordo degli esseri umani per lui importanti potesse disperdersi.

Intimate Britten

Intimate Britten (in data 14 settembre a Torino e in data 15 settembre a Milano) accosta due lavori separati da tredici anni, il Phantasy Quartet e il Quartetto d’archi n. 2 op. 36, a testimonianza dell’evoluzione artistica di Britten. Il primo è firmato da un Britten giovane e studente, scritto nel 1932, all’età di vent’anni. Il Quartetto per archi n. 2 op. 36 è invece del 1945.

Tra un brano e l’altro intercorre un decennio di riflessioni su chi potesse essere, in Inghilterra, un padre artistico adeguato.

Dopo la morte di Purcell, la musica inglese non espresse più, per lungo tempo, un compositore capace di imporsi allo sguardo dell’Europa con la stessa forza con cui il continente guardava a figure come Bach o Mozart. L’Inghilterra continuò a fare musica e a sfornare compositori, ma si può dire che quasi la totalità di ciò che fu composto dopo di lui non fu esportato al di fuori dei confini nazionali. Nel 1914 un pubblicista tedesco, Oscar Schmitz, intitolò il suo libro Das Land ohne Musik, il paese senza musica: è un ritratto polemico della società inglese, ma attecchì così tanto che furono gli stessi inglesi a tenere vivo per il secolo successivo.

A rompere il silenzio provvide, fra Otto e Novecento, la generazione che gli storici chiamano English Musical Renaissance: Hubert Parry, Charles Villiers Stanford, poi Edward Elgar, l’autore delle marce Pomp and Circumstance, e Ralph Vaughan Williams. Dopo di loro arrivò proprio Benjamin Britten, che però non si sentiva loro erede. Per cui, nel corso della sua ricerca, scavalcò coloro che erano i “padri” del Rinascimento musicale inglese e andò a cercare un antenato più lontano. Lo scrisse lui stesso, nel volume che nel 1945 accompagnò l’uscita di Peter Grimes, la sua prima opera per il teatro: uno dei suoi scopi principali era restituire all’intonazione musicale della lingua inglese una brillantezza e una vitalità che dopo la morte di Purcell erano diventate rare. Non rimase solo una dichiarazione.

Il 1945 era l’anno del duecentocinquantesimo anniversario della morte di Purcell e Britten lavorò febbrilmente, restituendo alla musica inglese e al suo avo il trattamento che avrebbe meritato nell’arco dei secoli. Il Quartetto d’archi che ascolteremo è uno dei brani che celebra Purcell, soprattutto nella chiusura, una maestosa Chacony, ovvero una ciaccona, una danza che fu praticata in Inghilterra nel Seicento più che altrove, chiamando la sua formula compositiva "ground". Il lamento di Didone di Henry Purcell è costruito proprio su questa formula, che l’ha resa memorabile fino ai giorni nostri.

 

I Canticles

I Canticles sono cinque brani da camera su testi spirituali, composti nell’arco di ventisette anni. Britten li costruì come piccole scene drammatiche per una o più voci e uno strumento, prendendo a modello i Divine Hymns di Purcell (ancora lui) e li scrisse quasi tutti per la voce di Peter Pears.

Il primo, del 1947, mette in musica una parafrasi secentesca del Cantico dei Cantici dovuta al poeta Francis Quarles. Chi canta dice il mio amato è mio, e io sono suo”. Sulla carta è l’anima che si rivolge a Dio. Nella sala della prima esecuzione era Peter Pears a cantare e Britten a sedere al pianoforte e quel concerto si teneva in memoria di Dick Sheppard, fondatore della Peace Pledge Union, l’organizzazione pacifista di massa nata in Inghilterra negli anni Trenta. Le due cose che collocavano Britten ai margini della società inglese, il rifiuto della guerra e l’amore per Pears, sembrano risuonare fortemente in queste note.

Il programma comprende anche il terzo Canticle, Still falls the rain, su una poesia che Edith Sitwell scrisse durante i bombardamenti tedeschi su Londra; nel brano alla voce si affianca il corno.

Milano 18 settembre, Torino 19 settembre

Britten compare, con una pagina sola, anche in Kaos | Prestini | Mariotti, dove l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Michele Mariotti lo affianca a Mendelssohn e alla compositrice italoamericana Paola Prestini.

Torino 12 settembre, Milano 13 settembre
 

Dedicato a Britten

L’ultimo concerto rovescia la prospettiva: si apre, infatti, con un pezzo scritto in sua memoria.

Arvo Pärt, estone, allora quarantunenne, viveva in Unione Sovietica e apprese della morte di Britten con qualche giorno di ritardo. Ne nacque il Cantus in memory of Benjamin Britten, del 1977. È un brano che sfrutta la celebre tecnica compositiva dei tintinnabuli.

Del perché avesse scritto quel pezzo lo spiega lui stesso:

«Avevo appena scoperto Britten. Poco prima della sua morte cominciavo ad apprezzare l’insolita purezza della sua musica. E da molto tempo desideravo incontrarlo di persona: ora non sarebbe più accaduto.»

Segue la Serenade op. 31, del 1943, per tenore, corno e archi, scritta ancora una volta per la voce di Pears e per Dennis Brain, primo corno della Philharmonia, che sarebbe morto in un incidente d’auto a trentasei anni. Chiude il programma la Sinfonia n. 2 di Kurt Weill portata a termine in Francia, dopo la fuga dalla Germania nazista.

Torino 19 settembre

Paola Prestini, ph Brigitte Lacomb
Paola Prestini, ph Brigitte Lacomb
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