Mitja e gli altri. Šostakovič e le voci sommerse del Novecento

Milano e Torino
/ 15 Luglio 2025

A cinquant’anni dalla sua morte, Dmitrij Šostakovič torna al centro dell’ascolto. MITO 2025 non si accontenta di celebrarne la grandezza: preferisce aprire uno spazio. Il percorso Mitja e gli altri – titolo che usa il diminutivo affettuoso con cui Šostakovič era chiamato – non propone un’agiografia, ma una costellazione. Al centro, certo, l’opera del compositore russo. Intorno a lui, figure meno note ma cruciali, che ne condividono le ombre, le domande, il secolo.

Si tratta di autori raramente ascoltati dal vivo in Italia, eppure necessari per comprendere davvero la musica del secondo Novecento. Accanto a Šostakovič troviamo Mieczysław Weinberg, esule ebreo polacco in URSS, autore di sinfonie, quartetti e cicli vocali intrisi di dolore trattenuto, Giya Kancheli, georgiano, sospeso tra sacralità e minimalismo, e Valentin Silvestrov, ucraino, che risponde alla storia recente con una musica tutta fatta di elegia e memoria.

Un’idea di ascolto

La scelta di questi nomi non è casuale. Šostakovič stesso li ha sostenuti o attraversati, direttamente o indirettamente. Weinberg fu suo amico e collaboratore; Silvestrov, più giovane, ne ha ereditato la tensione espressiva; Kancheli ha cercato un’altra via, ma sempre dentro il rumore di fondo della storia. In tutti, la musica diventa una forma di resistenza silenziosa. Un modo di dire senza poter dire, di opporsi, di sopravvivere nel linguaggio.

Non è un caso che molti di questi compositori abbiano scritto pagine per archi, o per formazioni cameristiche: la musica si restringe, si protegge. Ma proprio in questo ritrarsi, si fa più intensa.

Non una commemorazione, ma un confronto

Tra le tappe più significative del percorso Mitja e gli altri, spicca il concerto affidato all’Orchestra Sinfonica di Milano diretta da Samy Moussa, con la partecipazione del soprano Ambur Braid.

In programma, tre opere che pongono in dialogo presente e memoria: An die Nacht di Strauss, due brani dello stesso Moussa (Ahania’s Lament e la Sinfonia n. 2) e, in chiusura, la Sinfonia n. 5 di Šostakovič. Il proposito curatoriale è limpido: accostare la voce inquieta e lirica del compositore russo a quella di un autore contemporaneo che lavora sullo stesso terreno espressivo, ma con strumenti diversi. Se Šostakovič riorganizza il trauma attraverso la forma, Moussa sembra cercare nella timbrica – nei suoni “pieni”, vibranti, cinematografici – una strada per dire l’ineffabile. E la voce di Ambur Braid, già apprezzata nel repertorio espressionista e novecentesco, plasmerà il suo intervento tra questi i due poli.

Un ponte tra epoche e stili, nel segno della tensione politica ed emotiva che il percorso Mitja e gli altri sceglie di non appianare.

Samy Moussa, foto di Genevieve Caron
Samy Moussa, foto di Genevieve Caron
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