Spiriti

Una parte importante della musica classica è storicamente legata alla funzionalità liturgica. Senza le commissioni provenienti dalle Chiese delle diverse confessioni, il nostro repertorio di riferimento sarebbe molto più povero. Ma, anche sciolta dalle necessità pratiche, per secoli la musica classica ha avuto la religione come appiglio determinante, come motore e stimolo per la creazione.

Nel contempo la musica è stata considerata, a più riprese, l’unica voce riproducibile del soprannaturale: che si trattasse dello spirito di una foresta, di una freccia scoccata da Cupido o della voce stessa di Dio, l’umanità si è rivolta alla musica, e a quella classica in modo particolare, per tessere una relazione con i propri aneliti spirituali. Oggi, nel mondo potentemente desacralizzato nel quale ci troviamo ad agire, l’ascolto di un Salmo, di uno Stabat Mater, di un Salve Regina, suggeriscono atteggiamenti nuovi. C’è chi ritrova in un concerto, e solo lì, il segno di un sentimento sacro che viene tramandato e arriva a noi grazie al tramite della musica. E chi, magari inconsapevolmente in cerca di una risposta a una domanda di spiritualità, viene folgorato dalla forza, talvolta dalla potenza con la quale la musica riesce a offrire momenti di visione, di ispirazione, di bellezza assoluta.

Sono diversi i territori entro i quali la musica ci mette in relazione con lo spirito, ed è a questi che MITO quest’anno si dedica, declinando un tema – scelto molto prima dello scoppio della pandemia – che è diventato, in modo drammatico, ancora più attuale.

Parallelamente, la laicità del nostro consumo culturale e la multiculturalità con la quale ci confrontiamo ci predispongono a cogliere analoghi momenti di spiritualità durante l’ascolto di brani che non sono affatto nati con esigenze liturgiche, o come atti di fede, ma si ritrovano ad essere oggetto della nostra attenzione più profonda, del nostro abbandono, colmando provvisoriamente il vuoto lasciato dallo smarrimento della dimensione religiosa che andiamo collettivamente registrando.

Sono dunque diversi i territori entro i quali la musica ci mette in relazione con lo spirito, ed è a questi che MITO quest’anno si dedica, declinando un tema – scelto molto prima dello scoppio della pandemia – che è diventato, in modo drammatico, ancora più attuale.

Certo, sarà un’edizione speciale del festival, e per la prima volta, eccezionalmente, non ospiteremo artisti stranieri: i vincoli negli spostamenti internazionali, durante i mesi di costruzione del cartellone, si sono fatti sentire; e, nel contempo, l’idea di dar vita a un MITO tutto italiano, in modo straordinario, ci ha consentito di valorizzare ancora di più i talenti del Paese e delle nostre due città, colpiti con la durezza che conosciamo. Un’edizione realizzata con gli organici ridotti imposti dalle misure di prevenzione e con le necessarie distanze tra i musicisti: il suono che avranno i concerti sarà nuovo, inedito, forse bizzarro, e l’energia degli interpreti coinvolti si diffonderà in modo speciale. A loro ci affideremo, perché tengano viva la fiammella e ci preparino al ritorno delle grandi formazioni, delle orchestre, dei cori che cantano gomito a gomito.

Sarà un’edizione che permetterà al pubblico di accorgersi di quanto la musica ci unisce.

Sarà un’edizione che permetterà al pubblico di accorgersi di quanto la musica ci unisce: seduti davanti a un pianista o a un’orchestra da camera, impegnati nell’ascolto di musica del passato o di brani appena composti, i cento centimetri che ci separeranno dalle teste dei nostri vicini diventeranno poca cosa. E, una volta di più, potremo specchiare tutti insieme le nostre emozioni in Mozart o in Čajkovskij, in Schumann o in Stravinskij, e guardare, con ottimismo, al futuro.


Nicola Campogrande

Nicola Campogrande
Direttore artistico