Oltre la musica. Storie, immagini e parole dalla IV Edizione di MITO SettembreMusica.
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MITO go Green!Un Festival internazionale come MITO SettembreMusica, da sempre all’avanguardia per quanto riguarda la tecnologia e attento alle dinamiche sociali, non può dimenticarsi dell’ambiente. Fin dalla sua prima edizione nel 2007, il Festival ha prestato attenzione all’impatto delle proprie attività sull’ambiente circostante, sia in termini di emissione di CO2, sia nell’operare scelte “ecologiche” nelle azioni quotidiane: dalla scelta della carta FSC per i propri materiali di comunicazione, alla selezione di partner e sponsor ugualmente attenti alla propria impronta ambientale; dal sostegno dell’uso di mezzi di trasporto “green”per gli spostamenti del proprio staff, alla creazione di progetti speciali dedicati alla compensazione delle emissioni prodotte dagli oltre 200 eventi del Festival a Milano e Torino. In particolare, l’edizione appena trascorsa di MITO SettembreMusica, accanto a Environment Park e a Clean Planet, ha visto come partner d’eccellenza LifeGgate, che per il terzo anno consecutivo ha calcolato e compensato l’anidride carbonica prodotta dagli eventi milanesi del Festival tramite la creazione e il mantenimento di aree boschive nel Parco Rio Vallone (provincia di Milano) e in Madagascar, grazie al progetto Impatto Zero®. In attesa della prossima edizione del Festival (la quinta!) e delle nuove iniziative di MITO Ecologico, dateci i vostri suggerimenti e consigli per una vita “a impatto zero” e raccontateci le vostre azioni green! MITO SettembreMusica premiato ai FoF Award 2010La partecipazione alla terza edizione del Festival of Festivals (Bologna 3-7 novembre 2010) è stata proficua per MITO SettembreMusica: i quattro workshop incentrati sui diversi settori dell’organizzazione (biglietteria, produzione, logistica e comunicazione) hanno visto gruppi di partecipanti attenti e coinvolti così come le presentazioni frontali, seguite da un pubblico numeroso e interessato. La giuria di Festival of Festival ha scelto anche di premiare due punti di forza della politica culturale di MITO: il lavoro con i partner e sponsor, con la creazione di progetti specifici pensati ad hoc, e la qualificazione del territorio urbano e regionale, grazie al coinvolgimento di numerose location, artisti e enti afferenti alle due Municipalità e le relative Regioni, sono stati ritenuti particolarmente meritevoli e dunque premiati come Miglior Partnership, per la collaborazione svolta insieme a Pirelli, e Miglior Azione sul Territorio.
La collaborazione tra MITO e Pirelli (giunta al quarto anno) ha valorizzato il rapporto che da sempre esiste tra cultura e industria e in particolare quello con la musica, sulla scia dei concerti per i lavoratori nelle fabbriche a cavallo tra Otto e Novecento e delle opere eseguite dai più grandi Maestri contemporanei a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso per portare la musica d’arte al vasto pubblico. Quest’ultimo è uno dei punti cardine della filosofia di MITO SettembreMusica, che ha trovato applicazione ancora una volta durante il concerto dei Fiati di Torino all’interno dello stabilimento Pirelli di Settimo Torinese (13 settembre 2010). I suoni dei macchinari industriali per una volta sono stati sostituiti e al contempo evocati dalle note emesse dagli strumenti a fiato “metallici” (gli ottoni, appunto), in una cornice che ad ogni elemento dell’ambientazione industriale assegna un nuovo e più profondo significato culturale e musicale. Un altro dei cardini attorno ai quali ruota la filosofia del Festival è la costante e profonda attenzione verso il pubblico e per le dinamiche sociali. Questo trova conferma nelle modalità di coinvolgimento del territorio cittadino e regionale. Durante lo svolgersi del Festival la città è letteralmente invasa da eventi di musica di qualità in ogni angolo, grazie all’utilizzo di location inusuali (chiese, parchi, ville, sale da conferenze, discoteche, stazioni metropolitane e ferroviarie, …), alla scelta di spazi e aree periferici o di quartieri disagiati per eventi e progetti specifici e grazie alla capillare presenza di eventi gratuiti presentati dalla Fringe del Festival nei parchi, nelle metropolitane e nelle periferie. Il Festival, inoltre, coinvolge alcune delle altre città lombarde e piemontesi, valorizzando la macroarea, portando grandi orchestre in città solitamente escluse dalle tournée, utilizzando location poco conosciute, creando indotto economico e turistico e raggiungendo nuovi target di pubblico. L’attenzione per il territorio si dimostra anche nella compensazione delle emissioni di gas nocivi generati dagli eventi del Festival (in collaborazione con Lifegate – Impatto Zero, Environment Park e Clean Planet) con la creazione di boschi e foreste nei territori regionali (Parco del Ticino, Parco Rio Vallone). Gli importanti risultati riconosciuti a MITO SettembreMusica grazie ai Festival of Festivals ward 2010, sono riassunti in maniera esemplificativa nelle parole del Segretario generale e Coordinatore artistico del Festival, Francesca Colombo: “Portare la musica fuori dai luoghi canonici per progetti creati ad hoc è da sempre una delle caratteristiche del Festival MITO, ed è del tutto particolare l’emozione che accompagna l’ascolto di un programma musicale in una fabbrica, tra copertoni, profumo di gomma e operai che vedono il loro luogo di lavoro trasformato in una sala da concerto”.
La consegna del premio (da sinistra: Carmen Ohlmes, Emanuela Ceddia e Antonio Calabrò) Ricordando MITO: il pop flessibile di Carlo FavaDecine di artisti hanno incrociato il cammino dell’ultima edizione di MITO 2010. Singoli frammenti di incomparabile valore individuale, la cui unione ha reso il festival il grande successo di pubblico potete leggere qui. Trascorse alcune settimane dalla chiusura del festival, ci piace ricordare alcuni degli eventi e dei musicisti protagonisti di un’edizione che non vogliamo ancora archiviare così presto… Carlo Fava è musicista, attore e personaggio trasversale del mondo dello spettacolo italiano. Un artista che ha saputo coniugare i flirt con il mondo patinato della televisione (Festival San Remo, Colorado Café, Quelli che Jannacci) con il coraggio di scelte raffinate nella canzone d’autore. Riproponiamo un’ottima conversazione con l’artista, svoltasi in occasione del doppio concerto del 13 settembre al Museo del Cinema di Torino, città per la quale Carlo riserva una speciale passione… Per citare un po’ a casaccio Cesare Pavese “Torino è città della fantasticheria, della regola, della passione e dell’ironia. Città esemplare per la sua pacatezza ricca di tumulto”. Una dichiarazione d’amore che risale al ’35 ma che mi sembra ancora oggi attualissima. Per il questo per il concerto ho proposto un doppio set di canzoni del tutto speciale, una sorta di “meglio di”, piano e voce e diviso in due set. Ogni tanto, tra una canzone e l’altra, compaiono piccole derive narrative. Ne fanno parte anche una manciata di brani inediti, alcuni di questi hanno a che fare con Torino. Da questi due concerti penso di far nascere un disco. Intanto, consigliamo agli ascoltatori di non perdere l’ultimo album in studio, quel “Neve”, uscito nel 2009, che segna l’impressionante progressione di Carlo verso forme cantautoriali sempre più personali ed ambiziose… “Neve” è un disco che potrebbe rappresentare una svolta nel mio cammino artistico. Sono sempre più attratto dall’incontro della forma canzone con la musica classica, sia di tradizione che d’avanguardia. “Neve” potrebbe essere definito un disco da camera mentre ora si sta facendo strada il desiderio di lavorare con un organico allargato se non addirittura con l’orchestra. Intanto, i più ricorderanno Carlo per “L’uomo flessibile”, curiosa, piccola hit diventata celebre anche come colonna sonora di “Okkupati” di Rai 3, metafora della condizione stessa del musicista… È proprio questo il senso di quel brano: la flessibilità vista del basso. I punti di osservazione sono quelli della precarietà e dell’indeterminatezza. Il destino dell’artista è convivere e sopravvivere a tutto questo. Carlo è effettivamente un artista camaleontico e versatile e la sua presenza sia a festival nazionalpopolari come San Remo sia a MITO lo dimostra. Approfittiamo della sua vasta esperienza televisiva, per chiedergli se secondo lui possiamo sperare di vedere più classica, jazz pop d’autore in televisione… Bisognerebbe prima verificare se esistono in Italia tre premesse fondamentali: 1) la richiesta di un eventuale pubblico interessato e curioso 2) la presenza di persone in grado di realizzare programmi approfonditi e affascinanti (penso per esempio a uno speciale condotto da Bjork e tramesso dalla BBC sul moderno minimalismo) 3) delle reti disposte ad investire. Sulle prime due non ho dubbi, è il terzo punto che da anni mi lascia, e ci lascia, senza speranza. Professione musicologo: why not?Vivono tra noi. Forse erano accanto a voi durante uno dei concerti di MITO, con le orecchie tese e lo sguardo assorto. Probabilmente non si sono persi nemmeno uno dei concerti di Rhim e Lachenmann. Il loro mestiere è raccontare la musica, nel tempo e della storia. Sono i musicologi. Esistono ancora e sono, a volte, dei giovani. Ne abbiamo incontrato qualcuno… Nicola Davico, diplomato al Conservatorio di Torino, laureato in Letteratura tedesca e in Composizione, era in prima fila durante la presentazione del volume “Lachenmann e Rihm: conversazioni e riflessioni” a cura Enzo Restagno, direttore artistico di MITO, poiché ha avuto il compito di curarne la traduzione. “Ho preso la decisione di diventare musicologo un anno fa. In realtà è da tempo che mi occupo di musicologia, con note ai programmi di sala, articoli su riviste, o pomeriggi o serate di guide all’ascolto, ma solo ultimamente ho capito che questa sarebbe potuta essere una strada interessante per il mio futuro”. Ma che lavoro fa esattamente il musicologo? “Aiuta la gente che non ha i mezzi per capire a fondo la musica ad avvicinarsi ai grandi capolavori. Insomma, offre la possibilità a tutti i ‘non addetti ai lavori’ di potersi accostare ad un’arte diventata di non facile fruizione. In Italia, ma non solo, le due strade del musicista e del musicologo sono del tutto separate: chi vuole diventare musicista deve studiare al Conservatorio, imparare a maneggiare uno strumento, a ‘fare musica’, mentre chi vuole diventare musicologo deve affrontare l’università e specializzarsi in ambito storico-culturale. I due percorsi generalmente si escludono a vicenda. Nel dialogo che viene a mancare tra queste due categorie, il grande pubblico è sempre più isolato di fronte alla musica contemporanea. Il compito del musicologo oggi dovrebbe essere quello di ricominciare a fare da tramite tra la musica contemporanea e il pubblico sempre più spaesato”. Jacopo Conti – anch’egli frequentatore assiduo delle esecuzioni dei due maestri tedeschi – è, invece, proprio una di quelle rare eccezioni. “Sono prima di tutto un musicista, suono la chitarra in una band jazz, ma ho studiato musicologia al DAMS di Torino. Credo che conoscere la pratica di uno strumento musicale mi aiuti a discuterne e a scriverne in maniera più consapevole e nello stesso tempo la ricerca e la filologia musicale mi permette di sviluppare idee per la mia musica e aprirla a differenti prospettive”. Nicola non nasconde che rispetto ai tempi in cui sono cresciuti i suoi maestri, Enzo Restagno, Giulio Castagnoli, Hugues Dufourt, guadagnarsi “la pagnotta” con questo mestiere sia sempre più difficile… “Rispetto a qualche decennio fa, le opportunità di lavoro sono calate esponenzialmente, si pensi anche solo alle opportunità che hanno avuto i musicologi ormai affermati di collaborare con importanti testate giornalistiche, opportunità che, almeno nel campo della musica contemporanea, sono ad oggi nulle, almeno per un critico in erba. Il musicologo, per essere un buon critico, ha bisogno di poter continuare ad ascoltare musica ai concerti e studiare le partiture, per stare al passo con i tempi. Ma ovviamente deve in qualche modo sopravvivere, economicamente parlando. E sono poche le persone che possono permettersi di passare la giornata lavorativa occupandosi di musica. Mi sento tra le poche fortunate”. A questo punto chiediamo ai due filologi un’opinione sui due maestri contemporanei Wolfgang Rhim e Helmut Lachenmann, la cui opera è stata sviscerata durante questa edizione di MITO SettembreMusica… Nicola: “Non posso dire di conoscere bene Wolfgang Rihm, non credo di avere la preparazione sufficiente per potermi esprimere in termini critici. Posso però dire, come ascoltatore, che la sua musica non mi suscita le emozioni che provo sentendo Lachenmann. Una personalità indiscutibilmente interessante, quest’ultima, un genio musicale: un compositore che ha saputo scandagliare a fondo il suono nelle sue più inesplorate profondità e portare in superficie ciò che di più nascosto poteva esserci, il rumore, lavorando con l’orchestra classica come se fosse un filtro sonoro da manipolare a piacere. Un musicista che ha rivisitato le regole dell’ascolto musicale.” Jacopo: “Sono molto interessato alla musica di questi due autori, perché credo che le loro sperimentazioni mi aprano a nuove possibilità musicali. Esiste uno strano circolo vizioso che impedisce alla musica contemporanea di avere maggiore seguito: gli ascoltatori credono di detestarla, pur non avendola mai sentita, e per questo continuano a non ascoltarla; i musicisti, dal canto loro, scrivono per non farsi capire. O meglio, se riscuotono il favore del grande pubblico dubitano di sé stessi. Come Berg che si chiedeva se il suo Wozzeck fosse davvero valido, poiché aveva avuto successo. Occasioni come questa rassegna di MITO offrono la possibilità di superare certi pregiudizi e a me, personalmente, di ascoltare autori capaci di restituirmi un autentico stupore per la musica”. Marco Ponti: sinfonie di immaginiMarco Ponti fa il regista. Il suo mestiere è condurre lo sguardo attraverso le immagini e tramite queste raccontare delle storie. Ricorderete quelle rocambolesche e squisitamente contemporanee dei giovani protagonisti di Santa Maratona e di A/R Andata + Ritorno, i suoi due lungometraggi di successo. Marco il suo mestiere lo fa piuttosto bene: nel 2002 ha pure vinto un David di Donatello. Per MITO Marco è tornato indietro alle origini della settima arte ed ha lavorato con le immagini più antiche, quelle dei vetrini per Lanterna Magica custoditi nella prestigiosa collezione del Museo del Cinema di Torino. Nello spettacolo “La scoperta della lentezza”, da lui scritto, diretto e messo in scena lunedì 20 settembre alla Cavallerizza Reale di Torino, i vetrini della Lanterna Magica scorrono davanti agli occhi degli spettatori per indurre ad una riflessione sul tempo, accompagnate dalla voce epica di Michele Di Mauro ed esaltate dai movimenti sorprendenti degli artisti della Scuola di Cirko Vertigo. Ma acquistano senso, emozione e magia soprattutto grazie alle musiche di Stefano Maccagno e del suo ensemble. Perché, forse è vero, le immagini perdono vita senza la musica. “Le musiche di Stefano Maccagno sono state fondamentali, perché hanno determinato lo stato d’animo di tutto lo spettacolo. Su quell’edificio, le cui fondamenta sono solide, abbiamo cercato di costruire un insieme di emozioni, ovviamente attraverso l’originalità della visione di un regista. Ma il fatto che la musica fosse suonata dal vivo, mentre una serie di cose stavano accadendo davanti agli occhi degli spettatori, beh, questa è stata la chiave per costruire lo spettacolo. Perché entrambi questi due mondi, quello del suono e quello dell’immagine in movimento, hanno un grande denominatore di riferimento: il tempo, senza il quale non esiste la musica e non esiste il cinema”. Un legame, quello con la musica, che ha sempre segnato il cammino dei più grandi registi, pensiamo al rapporto creativo tra Alfred Hitchcock e Bernard Herrmann, tra Federico Fellini e Nino Rota o tra Sergio Leone ed Ennio Morricone… “Come regista sono strettamente legato alla dimensione musicale del mio lavoro, infatti ho sempre lavorato con musicisti che ne hanno poi determinato lo stile, come è accaduto con Samuel e i Motel Connection per i miei film. Ho poi lavorato con Jovanotti per un documentario e con Vasco Rossi per dei video-clip. Quindi per me la musica è una dimensione fondamentale, sia quando penso e concepisco l’opera sia quando la sto realizzando. Diciamo che nel cinema che mi piace le immagini sono come una partitura musicale in cui i fotogrammi si fondono con le musiche. La musica è dunque qualcosa che, per quanto personalmente non ne capisca molto a livello teorico – ma forse un po’ a livello emotivo – determina sempre il primo movimento di quello che faccio”. Eppure, questo spettacolo è stato per Marco soprattutto una sfida di comunicazione tra due diversi mondi artistici… “Essere invitato a MITO è una sensazione strana perché, da quando esiste come Settembre Musica, è sempre stata una manifestazione a cui sono abituato ad andare come spettatore, quindi la prima cosa a cui ho pensato quando si è trattato di dare il mio contributo è stato: wow, mi piace! Quello della musica non è un mondo al quale appartengo, ma dal momento che penso che oggi i vari “mondi” abbiano senso solo quando si incontrano tra loro, se facciamo incontrare l’orbita della musica con quella della spettacolo credo che racconteremo davvero i tempi in cui viviamo. Poi, certo, ci sono modi molti più filologici per farlo. Nello spettacolo ci siamo limitati a fondere insieme una serie di suggestioni e, un minuto prima dell’inizio, a domandare a noi stessi: e adesso cosa succederà?” A proposito di incontri/scontri musicali, qual è la playlist dell’iPod di un regista di successo? “Iron Maiden, Sigur Ros e… molta opera!” A proposito di collisioni di mondi… MITO WallAvete delle segnalazioni da farci? Volete parlare di un concerto o di un evento che non è stato trattato dal Mitoblog? Questo spazio è dedicato a voi! Elena Sartori: la musica secondo le donneQuesta volta abbiamo avuto una soffiata. Più di una persona dal pubblico ci ha segnalato l’eccellente esecuzione del Vespro della Beata Vergine di Pergolesi tenutosi il 5 settembre alla Chiesa di S. Filippo a Torino. Il concerto dell’Ensemble Melodi Cantores e dell’Orchestra Barocca Harmonicus Concentus è stato diretto da Elena Sartori. Ebbene sì, una direttrice donna. Ci è stato chiesto di conoscerla meglio, e noi vi accontentiamo, raccontandovi la storia di una donna e del suo cammino nel mondo della musica. “Tutto iniziò in famiglia. Mia madre era pianista e, cosa abbastanza ‘rivoluzionaria’ in una città di provincia come Ravenna, aveva avviato una piccola attività di scuola musicale in casa. Non sapendo lei a chi lasciare i figli, noi passavamo il nostro pomeriggio prendendo il biberon, giocando e, poi più tardi, facendo i compiti di scuola nella stanza in cui lei insegnava Beyer e Lebert, ma anche Bach, Mozart e Beethoven. Non ho memoria di avere mai deciso nulla in merito al mio futuro professionale: ho sempre avuto la consapevolezza evidente che la musica fosse la mia strada”. Quella strada ha portato Elena a formarsi all’estero (Basilea e Stoccarda) e a guadagnarsi un curriculum di grande rispetto nel panorama della musica antica, culminato con la collaborazione con il Festival di Tallinn, in Estonia – per il quale Elena ha tenuto diversi master sulla vocalità corale italiana – e, ovviamente, con l’invito a partecipare quest’anno a MITO. La condizione femminile, però, non è stata d’ostacolo per Elena, nonostante l’immagine stereotipata del Direttore d’orchestra richiami alla memoria figure preminentemente maschili… “Il problema naturalmente esiste: sappiamo bene che ci sono professioni ai vertici delle quali trovare una donna è ancora una sorpresa. Premesso ciò, nel caso specifico della musica, la fatica per ritagliarsi un giusto spazio è, di questi tempi, veramente tanta per tutti. Quando c’è poca trippa per gatti poco importa che si parli di gatti maschi o femmine. Ultimamente c’è più curiosità per l’attività delle donne direttori d’orchestra, ma si deve fare attenzione a non sostituire passeggere considerazioni di costume all’attenzione per la qualità, cadendo magari nell’errore di pensare che tutto ciò che è ‘al femminile’ sia, d’ufficio, artisticamente interessante. Altrimenti è discriminazione di nuovo. Quello che gli orchestrali e il pubblico chiedono a un Direttore è che ci siano dei motivi convincenti per starlo a sentire, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna”. Ma quando le chiediamo i nomi di figure femminili di riferimento è nel mondo del jazz che Elena trova i suoi modelli… “Mi vengono in mente Billie Holliday e Bessie Smith, artiste per le quali la musica ha significato davvero una via di emancipazione sociale ed economica. Nel jazz e nel rock le artiste hanno saputo esprimere con libertà il potere che la musica ha di mettere in comunicazione le persone, il senso profondo dei testi che interpretavano, il potenziale emotivo, attuale, fertile e – perché no? – sensuale dei suoni. Queste artiste hanno avuto il coraggio di coinvolgere nell’esecuzione musicale tutto quanto serviva a tenere inchiodato il loro pubblico alle poltrone, senza preoccuparsi di rispondere o meno a un modello prefissato. Fatti i debiti ‘aggiustamenti’ imposti dalle consuetudini in uso presso i vari generi musicali, mi sembra che nella musica classica le donne ancora cedano spesso alla tentazione di riproporre una versione ‘in gonnella’ del presunto modello maschile di direttore, e il risultato rischia di essere piuttosto ingessato e innaturale. Dovremmo veramente liberarci da tanti vecchi cliché. Credo che le donne sappiano esprimere un’autorevolezza naturale fatta di profondità e morbidezza, comporre le situazioni conflittuali e impostare il rapporto con gli orchestrali in modo rinnovato e interessante”. Vendere dischi oggi: passione o missione?Vi ricordate ancora dei cari, vecchi negozi di dischi? Non i reparti di musica presenti – in maniera sempre più esigua e striminzita – nei grandi centri commerciali, quanto quei bei negozietti familiari e raccolti che appartenevano un tempo al tessuto commerciale di ogni quartiere e nei quali, probabilmente, avrete anche voi acquistato il vostro primo disco, guidati dal consiglio attento del negoziante. Forse lo avete notato: sono spariti, o quasi, travolti dal ciclone della grande distribuzione e dalla rivoluzione dell’era della musica liquida. Alberto è uno dei sopravvissuti. Da dieci anni gestisce nel centro di Torino un negozio specializzato in musica classica. Lo abbiamo incontrato mentre espone i suoi dischi durante il concerto di Esa-Pekka Salonen e la Philharmonia Orchestra all’Auditorium Giovanni Agnelli di Torino. “La presenza in città di un festival come MITO è di grande aiuto per il settore, sia perché rinnova l’interesse per la musica classica in generale, sia perché offre spazio ad opere, compositori, esecutori ed orchestre sulle quali poi si riversa la curiosità degli acquirenti, i quali altrimenti si sarebbero avvicinati ai soliti titoli maggiormente conosciuti e pubblicizzati. Per esempio, questa sera la gente sta scoprendo la bravura di Esa-Pekka Salonen, direttore a mio avviso di una delle migliori interpretazioni della “Sagra della Primavera” di Stravinsky, su Deutsche Grammophon. Sfortunatamente il disco è fuori catalogo, ma il pubblico, dopo averlo ascoltato dal vivo, sta acquistando le altre sue esecuzioni disponibili”. A differenza dei negozi specializzati in musica pop, praticamente spariti dalla circolazione, secondo Alberto il settore della musica classica riesce ancora a restare in piedi… “Nel nostro settore il fenomeno del peer to peer e del download gratuito della musica da internet non ha fatto troppi danni. Credo anzi che molti, soprattutto i più giovani, scaricando la musica gratuitamente possano aprirsi alla conoscenza di nuovi autori e opere. Generalmente poi vengono in negozio ed acquistano il cd, poiché garantisce una più accurata resa sonora. Voglio sbilanciarmi: credo che internet abbia aperto le porte a nuovi clienti”. Nessuna crisi allora? “Quello che ci mette in difficoltà è lo strapotere delle grandi catene di distribuzione di massa, che stanno riducendo il piacere dell’acquisto ad un atto sempre più istantaneo e compulsivo. In un negozio di dischi, invece, si trascorre del tempo, perché con il negoziante si costruisce un rapporto di fiducia e di scambio di conoscenze che porta alla scelta dell’acquisto meno ovvio ma magari più aderente ai propri gusti”. Un’altra difficoltà è insita nella condizione sempre più precaria in cui versa chi si occupa assiduamente di musica. “I clienti più importanti di un negozio specializzato dovrebbero essere in primo luogo i musicisti professionisti, i quali per aggiornarsi dovrebbero essere sintonizzati su cosa e come si suona oggi nel mondo. Invece i professionisti spesso guadagnano talmente poco che difficilmente possono permettersi di acquistare quanto necessario per restare al passo con i tempi. E questo è un danno anche per la vitalità della nostra cultura musicale. Ma, d’altronde, se anche celeberrimi artisti pop si permettono di pagare 50 euro a testa i musicisti di un quartetto d’archi, si comprendono bene le difficoltà dell’intera categoria. Infatti tra i giovani quelli che acquistano di più sono solo gli studenti, e sempre posizionati sui budget economici dei 5 euro”. Su quali siano i best sellers in negozio le sorprese sono poche: “Gli ultimi Lang Lang e Bollani. Per il resto i clienti richiedono sempre i classici. I cd che davvero hanno successo sono quelli che raggiungono le 1000 copie vendute, ma si tratta quasi di eventi miracolosi. Generalmente quando si raggiunge il centinaio di copie è già un trionfo. Perfino Pollini, che il miracolo lo aveva fatto con i “Notturni” di Chopin, sta faticando non poco con l’ultimo lavoro su Bach. In generale, il successo di un fenomeno come Lang Lang dimostra che anche nella classica è ora di mettersi a fare un po’ di sano marketing!”. MITO Educational – il valore dell’ascoltoGrande affluenza di pubblico, interessato e attento, per la prima assoluta del melologo di Fabio Vacchi D’un tratto nel folto del bosco”, su libretto di Michele Serra dall’omonimo romanzo di Amos Oz, eseguito sul palcoscenico del Teatro Franco Parenti da Sentieri selvaggi ensemble, con la voce recitante di Moni Ovadia. Il concerto di domenica 12 settembre è stato preceduto dal quarto appuntamento MITO Educational, dedicato al rapporto tra musica e letteratura. La platea del teatro era anche nel pomeriggio gremita di persone (fra cui alcuni rappresentanti del mondo culturale italiano: Gae Aulenti, Gillo Dorfles, Ruth Shammah, Severino Salvemini, …) a dimostrazione del fatto che la gente sente ancora il bisogno di approfondire e di essere dotata degli strumenti per accostarsi alla musica e a tutte le forme d’arte. Il Segretario Generale e Coordinatrice artistica del Festival, Francesca Colombo, ha fatto egregiamente gli onori di casa, riuscendo a porre le giuste domande per indagare il rapporto tra queste due forme d’arte. Del resto, Amos Oz ha rivelato immediatamente lo stretto legame che unisce musica e letteratura, dichiarando che il suo romanzo, dal quale è stato tratto il libretto per il melologo, è imbevuto di musica e in particolare è ispirato dal suono del violoncello. Non a caso, nella partitura di Vacchi, gli archi hanno un ruolo di primo piano; ad essi è anche affidato il difficile compito di evocare il silenzio, a tutti gli effetti un personaggio del romanzo. Se il silenzio per Amos Oz è la pausa fra un romanzo e il successivo, grande importanza acquisisce la capacità di ascoltare e di farsi incuriosire dalla realtà che ci circonda. E qui entra in gioco l’Arte, in tutte le sue declinazioni, come forma di educazione: perché stimola la curiosità e perché sviluppa il senso imitativo nei più piccoli. In D’un tratto nel folto del bosco musica e letteratura procedono tenendosi a braccetto : “con l’umanesimo del lógos di Amos Oz, la caratura comunicativa e ipernarrativa del mélos di Fabio Vacchi stabilisce un’intima corrispondenza: raccolta intorno all’ascoltatore, fiduciosa nella sua capacità e nel suo diritto di partecipazione, contagio e reazione, la partitura di “D’un tratto nel folto del bosco” si mette in risonanza con gli abitanti di un mondo, in fondo, non cosi disincantato, se pur sempre dotato di facoltà di meraviglia”. (dall’introduzione di Marilena Laterza sul programma di sala) Guarda le foto dell’incontro e del melologo e raccontaci cosa ne pensi! Suono i Subsonica per MITOStefano Risso è un giovane musicista figlio del nostro tempo: bel curriculum sulle spalle, profilo eclettico, idee e motivazione, tanti progetti in cantiere. Uno di questi si chiama Stefano’s Barber Mouse; il loro concerto è in programma a MITO questa sera – 14 settembre – al Jazz Club di Torino. Stefano ci racconta cosa significhi per un giovane vivere come musicista in Italia: “Un musicista nel nostro paese deve soprattutto affrontare parecchie difficoltà. Da sempre, ma ultimamente ancora di più, produrre musica è diventato un investimento che si deve sobbarcare interamente il musicista. Si resta molto colpiti da come le cose siano diverse nel nord Europa e ci si sente un po’ come degli ‘eroi’, a volte, a continuare a perseguire qui questa strada”. Il duro confronto tra la condizione lavorativa in Italia e nel resto dell’Europa non coinvolge solo ricercatori, medici e ingegneri, come i giornali non si stancano di ribadire, ma investe in primo luogo la professionalità “fragile” del musicista. “Da alcuni anni collaboro con musicisti francesi e svizzeri. Da quelle parti se pubblichi un disco la municipalità e la regione ti sostengono con sovvenzioni tali da ripagare più della metà dei costi di produzione. In Italia, invece, ci si deve barcamenare facendo lo slalom fra mille difficoltà finanziarie e non. Siccome, però, ‘il nostro eroe’ non può fare altro – e anche se prova a disintossicarsi dalla musica poi ritorna sempre lì – piano piano, a furia di investire e seminare, qualche piccola soddisfazione la ottiene: un po’ di interesse sulle riviste cartacee e non o venire invitato a suonare in alcuni festival”. All’edizione 2008 e 2010 di MITO, ad esempio… “Mi fa molto piacere essere stato invitato per la seconda volta a MITO con un mio progetto. Penso che, sebbene MITO SettembreMusica sia nato come festival di musica classica, negli ultimi anni si sia aperto fortemente alla musica nuova, scavalcando i confini dei generi”. Stefano è un musicista di oggi non solo perché incluso nella ‘Generazione X’ dei precari dai mille volti, ma perché esempio di una classe di musicisti che vede scorrere nel proprio iPod ogni genere musicale, dal jazz al pop, passando per folk e contemporanea… “Nella band possediamo tutti delle solide basi jazzistiche, ma Fabrizio (pianoforte) scrive musica contemporanea, io (contrabbasso) suono improvvisazione totale, ma anche rock e musica d’autore, ad esempio con Lalli o con Meg, e Mattia (batteria) suona con i Mau Mau. Insieme però facciamo una musica che può essere considerata un po’ il prodotto di tutti i nostri background… Abbiamo registrato, ma non ancora pubblicato, un disco in cui suoniamo tutta musica di T.Monk. Poi c’è il progetto che presenteremo a MITO, ‘Plays Subsonica’, in cui suoneremo la musica della band torinese, riarrangiata attraverso suoni non convenzionali, affinché la musica sia sì di ‘ricerca’, senza per forza diventare per soli iniziati”. L’invito questa sera al Jazz Club è aperto ai fans dei Subsonica, ma anche a chi meno apprezza la band torinese, considerandola troppo pop… “Perché noi suoniamo i pezzi dei Subsonica che più conosci, perché suoniamo i pezzi dei Subsonica ma non li riconosci, perché dopo il nostro concerto potrai rivedere la tua opinione sui Subsonica!” Corea e Bollani: troppa grazia o troppa tecnica?A MITO 2010, Chick Corea meets Stefano Bollani: un duello tra il venerato maestro e il fulgido astro nascente, per una doppia lectio magistralis d’improvvisazione pianistica. I fans di Bollani hanno potuto ritrovare il loro idolo in forma strepitosa: si avventa sulla tastiera in un vortice di note percussive, fraseggi scherzosi e capovolgimenti imprevedibili. Corea risponde al giovane talentuoso e rampante con la serenità del musicista che ha raggiunto il suo posto nell’Olimpo degli intoccabili: distribuisce colori e contrappunti con sobrietà e misura, riempie gli spazi e sviluppa le armonie. Per il pubblico dell’Auditorium Giovanni Agnelli di Torino, che ai due tributa applausi e ovazioni, è un autentico trionfo pianistico, sconvolgente e sublime. Ma il foyer si divide tra gli entusiasti e i dubbiosi. Meglio Stefano o Chick, l’allievo o il maestro? Ma soprattutto, la tecnica e il virtuosismo, questa sera, non ha avranno avuto la meglio sulla melodia e sulle emozioni? Eterno dilemma. Voi cosa ne pensate? Io, volontario di MITO per Lang LangCi voleva un piccolo fenomeno proveniente dal Sol Levante per restituire alla musica classica il fresco entusiasmo di un protagonista negli anni migliori della sua carriera, l’energia vibrante della gioventù e l’esuberanza del puro spettacolo con le note. Trasformare un concerto di musica sinfonica in un evento di massa, come una vera rockstar: in questo Lang Lang è davvero imbattibile. Tutto esaurito, infatti, il suo concerto insieme alla Filarmonica della Scala all’Isozaki di Torino. Un intero palazzetto sportivo stracolmo di spettatori di ogni età, dai fan del prodigio cinese ai semplici curiosi. Due ore di emozioni e ottomila biglietti strappati, per un Cajkovskij davvero per tutti. Un simile evento non sarebbe riuscito così bene senza un contributo fondamentale: quello delle magliette rosse dei volontari per Torino, che con il loro impegno hanno gestito impeccabilmente la logistica dell’evento. Michele è uno di loro. Di mestiere è un consulente informatico, ma il volontariato è parte sempre più consistente della sua vita: collabora con Terra Madre ed il suo tempo libero è assorbito dagli eventi torinesi grazie all’associazione Volo 2006 che, a conclusione dell’esperienza olimpica della Città di Torino, è nata per mantenere in vita lo spirito dei Volontari di Torino 2006. “E’ il secondo anno che collaboriamo con MITO, insieme al gruppo di volontari Giovani per Torino. MITO è diventato per noi un grande classico. E’ una di quelle manifestazioni con cui si è creato un legame molto particolare, infatti accade spesso che già mesi prima dell’evento i volontari ci telefonino chiedendoci notizie e offrendoci con anticipo il proprio contributo”. I volontari sono in tutto 150, coinvolti nelle tre serate al Pala Isozaki (Lang Lang e Filarmonica La Scala, Francesco Guccini in programma l’11 settembre, la IX di Beethoven domenica 12) e nella parata dei Giannizzeri domenica 12. “MITO è sempre un’occasione speciale. Vedi, i volontari di Volo 2006 sono quasi tutti pensionati mentre quelli di Giovani per Torino sono tutti ragazzi. Per MITO lavorano tutti insieme, come squadra, come un’orchestra”. L’orchestra, quella vera, è sul palco per le prove; Lang Lang si sta scaldando sui tasti: “Sono molto curioso di ascoltare questo pianista, di cui ho sentito parlare per il suo eclettismo e per le scelte non convenzionali. Anche se, come spesso ricordo ai miei volontari, il nostro compito qui non è ascoltare il concerto, ma quello di svolgere un servizio per i cittadini di Torino”. Inconfondibile rigore sabaudo… Ascoltare Pollini con il Prof.Scena: il foyer dell’Auditorium Giovani Agnelli del Lingotto di Torino. Tra poco Pollini aprirà la sua strepitosa performance per MITO 2010. Intervistiamo il nostro pubblico, vogliamo scoprire chi sono i MITO people. Incontriamo Angelo, capelli lunghi legati, tenuta smart casual, è qui insieme a tre ragazzi, giovanissimi. “E’ qui con i figli?”, chiediamo. “No, faccio l’insegnante e questi sono i miei allievi”. Complimenti, un “Attimo Fuggente” a MITO. “Il fatto è che penso che da parte dei giovani oggi la musica si fruisca, si consumi, si bruci troppo in fretta, per questo credo come docente che l’educazione alla musica debba partire dalla scuola. Io i miei giovani ‘accalappio’ con Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi e poi li porto verso Keith Jarrett”. “Venire a vedere il concerto con il prof. è fantastico – ammette Alberto – perchè è stato lui a farmi capire cos’è davvero la musica, al di là delle note e delle partiture, e che essa è la base della vita. Perchè la musica è tutto. Si inizia così, con un buon maestro e si finisce a MITO, a vedere il Maestro Pollini”. Il quale risponde con una performance strabordante di due ore e mezza, un concerto che ha esplorato l’intero repertorio chopeniano (Preludi, Mazurche, Notturni – all inclusive), con un sorprendente valzer di bis finale, che ha spiazzato ripetutamente i più frettolosi avventori della porta d’uscita. Allora prof. Angelo, che voto diamo al Maestro Pollini stasera? Dieci e Lode non è troppo poco? Kirika: Turchia, passato, presente e futuroLa Turchia, paese protagonista di MITO SettembreMusica 2010, non è solo terra di antichissime tradizioni musicali. Domani sera il Focus Turchia ospita a Torino i Kirika (Spazio 211, ore 22.00), una band che insieme a Replikas, Ayyuka, Nekropsi, Gevende, Baba Zula, rappresenta il suono di una Turchia che intende rilanciare le proprie tradizioni attraverso il confronto con i suoni moderni e occidentali. La band, proveniente da Smirne, si definisce come “folk music turca ma con un nuovo approccio”, come ci racconta Orcun, percussionista e autentico agitatore dell’underground turco: “Il nostro desiderio è quello di rievocare nel pubblico una cultura, quella tradizionale, che è stata dimenticata per tanti anni, soprattutto nelle grandi città come Istanbul e Smirne. Definiamo la nostra musica come ‘folk’n 9 beat’, dove “9 beat” è riferito ad un ritmo usato nella musica del Zeybek nella parte della Turchia che si affaccia sul Mar Egeo. E’ una forma ritmica molto speciale, molto complessa e originale per chi è abituato ad ascoltare musica occidentale. Il nostro obiettivo non è conservare la nostra musica tradizionale, quanto ricrearne le forme e i metodi, perché crediamo che scrivere suona musica folk sia ancora possibile”. La band proviene da un tessuto musicale variegato e complesso, in cui i passato e presente, est e ovest si fondono in forme nuove… “Proveniamo dalla scena folk, rock, post-punk e new wave. Più che fondere i diversi generi musicali, cerchiamo di fare progredire il folk attraverso nuove esperienze, per questo è per noi fondamentale far partire la nostra proposta musicale dall’utilizzo di strumenti tradizionali: saz, electro baglama, baglamadaki, cura, Turkish(g)clarinet, darbouka, frame drum. Vorremmo così che molti ragazzi turchi, che oggi ascoltano solo musica occidentale, riscoprissero la musica tradizionale attraverso il nostro approccio contemporaneo. E che nello stesso tempo questo aiuti il nostro folklore a superare i confini del nostro paese… Sai, noi turchi non ci sentiamo nè a est nè ad ovest del mondo, ma esattamente nel mezzo, e… that’s unique! Turchia, musica, letteratura e transgenderUno scrittore di gialli turco, la passione per la musica, le riflessioni di Vladimir Luxuria sul tema del trans gender: qual è il legame tra questi tre elementi? Barovero: suoni e immagini sotto la MoleFabio Barovero, i più attenti lo avranno apprezzato come il tessitore delle preziose trame sonore per piccoli culti cinematografici italiani (“Se devo essere sincera”, “Tutta Colpa di Giuda”, e, soprattutto, “Dopo Mezzanotte” di Davide Ferrario e “La Febbre” di Alessandro D’Alaltri con Fabio Volo, con il quale ha vinto un Nastro d’Argento), come autore di un pregevole album di cantautorato elettronico e post-moderno, quel “Preghiere” del 2002, e come fucina creativa di manifestazioni, sonorizzazioni e “pensieri laterali” legati alla musica in area torinese. I più lo ricordano, invece, come una delle menti di quel piccolo miracolo creativo che furono i Mau Mau, alfieri di quella concezione moderna e contemporanea di (ri) concepire la musica etnica e popolare esplosa nell’ormai lontana Italia musicale degli anni ’90. Fabio Barovero sarà a MITO SettembreMusica oggi, 6 settembre, Torino, alle 18.00 e alle 22.00 la Mole Antonelliana – Museo del Cinema, per due show molto particolari… “Inizialmente mi è stato chiesto se avessi qualche nuovo lavoro con la fisarmonica. Ho preferito invece sottoporre all’attenzione del pubblico di MITO un percorso ed un linguaggio che in questi anni ho esplorato attraverso l’ uso della musica con le immagini o per le coreografie di danza contemporanea, tutte racchiuse nell’ album “Sweet Limbo” in uscita i primi di ottobre”. Verranno eseguiti due brani, “Hotel Marinum” e “Requiem in Samba” composti per le collaborazioni con il fotografo Alex Majoli dell’Agenzia Magnum… “Il progetto dei porti di Alex è stata una costante in questi ultimi dieci anni; già le voci registrate nei porti del mondo erano entrate a far parte del mio precedente album “Preghiere”. Il brano “Hotel Marinum” (ore 18.00) è un tema dentro quel mondo che si voleva rappresentare, e che non ha mai visto la sua realizzazione attraverso uno spettacolo in scena. Il brano “Requiem in Samba” (ore 22.00) è l’interpretazione di un reportage per Alex, ma dopo molte discussioni, concordavamo sul senso della vitalità del samba, ed anche sulla morte che gli si nasconde dietro, così come sul carnevale quale momento centrale nel ciclo dell’ anno. Vi riporto cosa ho scritto nelle note di copertina su questo brano: “La morte che balla è la condizione necessaria prima della rinascita. Il risultato trasmette la sensazione di procedere verso la morte ineluttabile, si, ma almeno gioiosamente. Piangere e ridere nello stesso tempo.” La produzione musicale di Fabio Brovero trova sempre più spesso completamento nel rapporto con le immagini, cinetiche o statiche, ecco perché abbiamo deciso di ospitarlo nella cornice di quel tempio all’arte dell’immagine che è il Museo del Cinema di Torino… “Oggi la musica chiede di servire a qualcosa. E allora la sua funzione quando è riconosciuta (e non sperperata nel noise-continuum della vita quotidiana) ritorna ad essere apprezzata. Non prendiamo in causa i compositori del passato, ma parliamo di quelli degli ultimi dieci anni, diciamo dopo la grande rivoluzione digitale: si rischia ogni momento l’ inutilità. Per un compositore dunque è una salvezza poter lavorare ad una forma di spettacolo. Gli slide show, come nel caso della mostra fotografica “Off Broadway”, ma soprattutto la forza di quelle immagini, necessitavano quasi di un accompagnamento affettivo, penso ai rituali di trance dove la musica spesso ha questa funzione. La musica può non essere protagonista eppure fa galleggiare e dilatare le immagini fisse e aiuta la concentrazione”. Torino inaugura, ed è subito Ravel.Lorin Maazel sublima Ravel, ed anche Torino entra nel pieno di questa quarta edizione di MITO SettembreMusica 2010! Una scelta coraggiosa e da qualcuno criticata, quello di aprire con il ‘900 e non con l’opera più popolare di Ravel, quel Bolero che almeno una volta nella vita abbiamo tutti ascoltato. Invece Lorin Maazel e l’Orchestre de Paris hanno esplorato tutte le possibilità narrative e cromatiche di opere forse meno immediatamente accessibili del grande compositore basco – dalle atmosfere soffuse e fiabesche di “Ma mère l’oye”, passando per il fervore esotico di “Tzigane”, gli umori iberici di “Rapsodie espagnole” e l’aopoteosi del tardo walzer di “La Valse”, con in mezzo la chicca di “L’apprenti sorcier” di Paul Dukas – proponendo un’interpretazione che non solo rendesse giustizia alla grande varietà di timbri, soluzioni, colori e ambientazioni insite in queste composizioni, ma capace di trasformare il gioco intellettuale di Ravel in grande nuova ed inedita emozione per il pubblico. Durante la pausa, qualcuno ha il tempo di notare e lamentare la relativa assenza di questo o quel politico o vip. Ma il successo di MITO risiede nella fiducia del suo pubblico, maturo ed affezionato, ma anche nell’interesse sortito in una nuova generazione di ascoltatori, giovani, spesso piacevolmente spaesati per la loro “prima volta” con questo tipo di esperienza musicale, ma alla fine sorpresi e conquistati. Abbiamo osservato la sala strapiena, un auditorio entusiasta variegato e variopinto, fatto non solo di personalità cittadine, ma soprattutto di famiglie, di appassionati, di curiosi, perfino di turisti stranieri: è la conferma di come il coraggio e l’ardire di MITO sia stato nuovamente premiato. Grazie a tutti voi. Concerto in memoria dei 100 della nascita di Massimo Mila. Lo ricordiamo con la stima che si riconosce ad un maestro e ad una guida sicura nello sconfinato mare della musica. E voi, cosa ne pensate del concerto? Scrivetelo qua, commentando questo post! L’inaugurazione di MITO nelle mani di Riccardo Chailly: l’intervistaMITO SettembreMusica non fa mai nulla a caso. E se il 3 settembre l’inaugurazione della quarta edizione del Festival alla Scala di Milano l’abbiamo affidata all’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia non è solo perché dal 1743 è una delle orchestre più prestigiose al mondo, nè solo perché fu l’orchestra che interpretò tutte le sinfonie di Beethoven mentre questi era ancora in vita, nè solo perchè nel 1789 vi suonò Mozart . Ma perché quest’anno festeggiamo i 200 anni dalla nascita di Robert Schumann, il quale raggiunse il suo primo grande successo proprio con l’esecuzione della Prima sinfonia – detta “Primavera” – da parte della Gewandhaus, diretta proprio dall’amico e modello Felix Mendelssohn-Bartholdy. La “Primavera” è proprio uno dei brani con il quale il Maestro Riccardo Chailly, che guida l’Orchestra dal 2005, aprirà la quarta edizione di MITO SettembreMusica. “La Gewandhaus Orchestra è fondamentale negli anni di crescita e maturazione dello Schumann sinfonico – spiega Chailly – perché con essa si realizzò l’integrazione perfetta tra il compositore e l’orchestra. La grandezza di ogni orchestra – continua – si basa sulla riconoscibilità del suono, che risiede nella tradizione. Per questo la Gewandhaus è inconfondibile e il suo tocco è quasi magico, perché il suono che essa produce si fonda su più di 250 anni di storia”. I quattro concerti affidati da MITO alla Gewandhaus sono quindi un vero e proprio evento. Perché nelle quattro date, il 3 e il 4 settembre a Milano e il 5 e il 6 settembre a Torino, esploreremo, affidandolo alle note sapienti della più grande orchestra del primo romanticismo tedesco, l’intero repertorio sinfonico di Schumann. “Lo Schumann sinfonico è un autore prevalentemente evitato da molte orchestre – afferma Chailly – perché la sua musica è molto difficile da risolvere, per lo spessore e la quantità di archi che egli utilizza, al limite dell’ineseguibilità. Anche riguardo le partiture di piano, ad esempio, Shumann è molto più difficile rispetto a Chopin, che non ha caso gode di una maggiore fama presso il grande pubblico. Schumann è scomodo, Chopin è ammiccante. La grandezza di Schumann è nella maestosa complessità delle armonie; l’ “Overture Manfred” (in programma domenica 5 settembre a Torino) mi lascia sempre sbalordito per la sua arditezza. C‘è da aspettarsi meraviglie da questi 4 concerti. Riccardo Chailly è un talento italiano affermato a livello internazionale, che dopo il lungo apprendistato presso Maestri come Garino, Caracciolo e Ferrara, ha fatto il giro della più grandi orchestre europee (Berlino, Amsterdam, Lipsia), ma che conserva tutt’oggi, dopo una carriera a dir poco strabiliante, la determinazione a regalare un’interpretazione sorprendente ad ogni nuova esecuzione. “Quando osservo il mio percorso – rivela – la mia più grande soddisfazione è la consapevolezza di aver intrapreso nel tempo un costante rinnovamento interpretativo. Credo che la musica debba restare viva, non diventare un pezzo da museo. In questo senso, il ruolo dell’esecuzione dal vivo è fondamentale per restituirle quell’umanità che i musicisti possono esprimere rinnovandola attraverso nuovi linguaggi. Chailly non tradisce nei fatti le sue affermazioni. Lo dimostrano i concerti della Gewandhaus insieme a Stefano Bollani, prima con il repertorio di Gershwin (con CD in uscita) e prossimamente con un programma “Tutto Ravel” nell’Augustusplatz di Lipsia. “La musica classica - conclude - deve uscire dagli spazi deputati tradizionalmente alla sua fruizione e, nello stesso tempo, questi ultimi devono aprire le porte ad un pubblico più giovane, affinché dall’incontro con la diversità si rilanci l’interesse per la musica. E’ ciò che, nonostante i preoccupanti tagli alla cultura, sta facendo con grande coraggio in questi anni un progetto di grande respiro internazionale come MITO SettembreMusica”. Grazie Maestro. Noi ci crediamo. E ci siamo, come ogni anno, anche quest’anno. Ci vediamo sui palchi di MITO SettembreMusica 2010! In viaggio con MITO SettembreMusicaE’ agosto e, come da tradizione, lo sappiamo, gli italiani vanno in vacanza. MITO SettembreMusica, al contrario, è al lavoro, alle prese con gli ultimi dettagli per rendere questa IV edizione ancora più speciale. Però, a chi è al mare, in montagna, in qualche città meravigliosa, al nord, al sud o al centro del Mondo, ma anche a chi resta in città, bene, a tutti voi dedichiamo una piccola compilation “da viaggio” con alcuni degli artisti che allieteranno il vostro ritorno dalle vacanze; un antipasto di ciò che vi aspetterà al vostro ritorno, dal 3 al 24 settembre, in particolare a nell’edizione torinese di MITO SettembreMusica. Così, per farvi venire l’acquolina in bocca e… augurarvi buon viaggio! |




